Il calcio di Cuesta: un dilemma filosofico che impazza su web e social

Sul web e sui social, nelle ultime settimane, impazza il nome di Carlos Cuesta. Dilemmi, opinioni, paragoni, ironie e sentenze premature: centinaia di commenti pro e contro. Pratica o teoria? Giochista o risultatista? Italiano o spagnolo? Interrogativi filosofici che rischiano di portarci indietro al IV secolo, ai tempi di Aristotele. 

Partiamo dalla realtà, cioè dal presente: 23 punti (+3 rispetto alla scorsa stagione) e 13° posto in Serie A. Ottava miglior difesa (22 gol subiti) e secondo peggior attacco (14 reti). E soprattutto: + 6 sulla zona retrocessione. Una stagione in linea con le aspettative estive della proprietà americana. 

In questi primi sei mesi da allenatore Cuesta ha saputo destreggiarsi in mezzo a infortuni e diffidenza generale. Lo ha fatto con tenacia e intelligenza, adattandosi alle varie situazioni, dimostrando un pragmatismo inusuale per la sua età (30 anni). E per la sua provenienza.

Eppure il mondo del calcio italiano (addetti ai lavori, giornalisti e tifosi) si interroga sulle reali capacità e sulle idee tattiche dell‘allenatore di Palma di Maiorca. Il commento più crudele è stato quello dell‘ex Antonio Cassano: E‘ l‘unico spagnolo che fa l‘anticalcio. Ma che roba è? A Napoli non ha giocato nella sua metà campo, ma nella sua difesa. E‘ una roba vergognosa.
Sulle pagine di Ultimo Uomo il giornalista Michele Tossani ha fatto una disanima più approfondita: Del calcio ambizioso e proattivo che ci si aspettava dall‘ex assistente di Arteta non si è vista nemmeno l‘ombra. Anzi, il Parma si è contraddistinto per essere una delle formazioni più reattive dell‘intero campionato. In sostanza, i ducali non vogliono il pallone (42.8% di possesso di media) e non pressano (13.59 di PPDA, fra i più alti in Serie A). Niente di particolarmente strano, forse, per una squadra della parte bassa della classifica, di certo è strano che lo faccia un allenatore così giovane, e quindi presumiamo idealista, e spagnolo, quindi proveniente da una tradizione tattica molto diversa dalla nostra. 

Il difensivismo di Cuesta anima e riempie lo spazio commenti dei social: c‘è chi lo paragona ad Allegri, Bolchi e Fascetti; e chi addirittura a Trapattoni. Zero spettacolo, Catenaccio senza contropiede, L‘anti Zeman.
Ma c‘è chi lo difende con convinzione: Con il materiale che ha sta facendo il massimo, E‘ l‘allenatore giusto, Troppi pregiudizi perché è giovane. 

Insomma, la platea è molto variegata w dipinge un quadro contrastante, fino a sollevare il solito dubbio amletico: giocare bene e retrocedere, oppure giocare male e salvarsi? La storia recente della Serie A sembra propendere per la seconda ipotesi. Cioè, prima non prenderle. Difficile, molto difficile, trovare un equilibrio tra i due concetti.

Dal canto suo il tecnico spagnolo va avanti per la sua strada (supportato dalla società) consapevole che il lavoro paga sempre e che questo sia solo l‘inizio, una necessità dettata dal materiale a disposizione (i giocatori) e dalla classifica: Io voglio sempre di più ? ha spiegato nel post Parma-Genoa -, questa è un‘ottima base per crescere ed essere competitivi. Bisogna creare più pericoli e fare più gol, mantenendo la solidità difensiva che abbiamo. E questa è responsabilità mia.

Certo, le origini spagnole e il lungo apprendistato al fianco di Arteta, rendono più difficile digerire certi concetti: il controllo del gioco, il pressing alto, la costruzione dal basso e la fluidità tattica… L‘esatto opposto di quanto visto fino ad oggi a Parma.
E allora: estetica o concretezza? E‘ un loop zenza via d‘uscita, aspettando la fine del campionato e i bilanci finali (compresi quelli relativi alla crescita e maturazione dei giocatori a disposizione), quelli sì che contano più di ogni altra cosa.

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