PARADOSSO FIORENTINA: DAL SOGNO EUROPEO AL CONCRETO RISCHIO SERIE B

Vincenzo Bellino(Vincenzo Bellino)  – La Fiorentina, nell’immaginario collettivo del calcio italiano, è una squadra che con la zona retrocessione non dovrebbe avere nulla a che fare. Non per storia, non per blasone, ma soprattutto per valore tecnico della rosa. Eppure il calcio è pieno di paradossi, e proprio per questo motivo la stagione viola rischia di trasformarsi in uno di quelli più rumorosi. Perché quando una squadra forte entra nella spirale dell’annata storta, quando i segnali di stagione sbagliata si accumulano uno dopo l’altro, il rischio è che diventi la candidata più credibile a un crollo improvviso.

La fotografia del momento è quasi surreale: una società che in estate ha speso quasi 90 milioni tra acquisti e riscatti, costruendo una rosa che sulla carta avrebbe dovuto competere per l’Europa, e che invece a undici giornate dalla fine si ritrova ancora inchiodata nelle sabbie mobili della classifica, terzultima, in compagnia di Cremonese e Lecce. Se il mercato determinasse davvero il valore di una stagione, la Fiorentina oggi dovrebbe guardare la classifica dall’alto, alle spalle delle big come Juventus, Milan, Inter, Napoli e Atalanta. Invece la realtà è molto diversa: quei milioni investiti rischiano di trasformarsi in un macigno tecnico ed economico, soprattutto se la situazione non dovesse migliorare.

Il peccato originale della stagione viola nasce probabilmente da un errore di impostazione. La rosa è stata costruita su misura per un allenatore, Stefano Pioli, ma quel progetto è durato appena tre mesi, ereditato poi da Paolo Vanoli. Un cortocircuito che ha lasciato in eredità una squadra pensata per un’idea di calcio che nel frattempo era già evaporata. Nel conto totale dei 90 milioni ci sono dodici nuovi arrivi, giovani inclusi, più una serie di riscatti pesanti. L’investimento più oneroso è stato quello per Roberto Piccoli, arrivato dal Cagliari per circa 25 milioni come alternativa a Kean: fin qui numeri modesti, qualche gol, tanti minuti senza incidere davvero e soprattutto il peso di un cartellino importante sulle spalle. Subito dietro nella lista delle spese ci sono Simon Sohm, costato 15 milioni dal Parma, e Jacopo Fazzini, prelevato dall’Empoli per 9. A incidere sui conti anche gli acquisti definitivi di Gudmundsson, Fagioli e Gosens, operazioni che dovevano alzare il livello tecnico e che invece, almeno finora, non hanno prodotto il salto di qualità atteso.

Come spesso accade nelle stagioni storte, alla base degli errori di mercato si sono aggiunte le meteore e la sfortuna. Alcuni giocatori arrivati in estate hanno già cambiato aria a gennaio, di fatto sconfessando le scelte fatte pochi mesi prima. Sohm è stato ceduto al Bologna nello scambio con Fabbian, mentre altri innesti come Dzeko, Viti e Nicolussi Caviglia hanno salutato rapidamente Firenze.

Il caso più emblematico resta quello di Tariq Lamptey: acquistato come ultimo tassello della campagna estiva, il terzino ghanese si è rotto il legamento crociato del ginocchio sinistro il giorno del debutto da titolare, dopo appena ventisei minuti giocati in maglia viola. A queste spese vanno aggiunti anche gli aumenti d’ingaggio concessi a due figure centrali della squadra, Moise Kean e David De Gea, ritoccati sensibilmente verso l’alto. E a fronte di tutto questo, le cessioni hanno portato nelle casse viola appena 22 milioni, con Kayode venduto al Brentford per 17 come operazione più redditizia.

Quando una stagione prende una certa direzione, spesso diventa difficile raddrizzarla. A gennaio la società ha provato a rimettere insieme i pezzi con il cambio in dirigenza – da Pradé a Paratici – e con una serie di innesti in prestito: Rugani, Brescianini, Fabbian, Solomon, Harrison. Operazioni a basso rischio economico, alcune legate alla salvezza, altre con semplice diritto di riscatto. Segnali chiari di una società che ha capito che l’obiettivo non è più inseguire sogni europei ma salvare la stagione.

E qui emerge il vero paradosso della Fiorentina. Perché sulla carta questa non è una squadra da Serie B. Il valore dei cartellini, il livello tecnico dei singoli, perfino la profondità della rosa raccontano una realtà diversa. Ma il calcio non si gioca nei bilanci né nelle valutazioni di mercato. Per salvarsi servono cose molto più concrete: pressione agonistica, sudore, capacità di reggere mentalmente partite sporche. Ed è proprio questo che sembra mancare alla Fiorentina, come se una squadra costruita per l’Europa facesse fatica a calarsi nella brutalità delle partite salvezza.

L’ambiente lo percepisce, gli ex giocatori lo dicono apertamente: quando non sei abituato a giocarti la permanenza in Serie A, il rischio è di bloccarsi mentalmente. L’aria diventa pesante, la classifica si trasforma in un pensiero fisso e ogni partita diventa più grande delle sue dimensioni reali. La Fiorentina non è la più debole tra quelle che lottano per restare in Serie A, anzi probabilmente è la più forte. Ma è proprio in questi casi che il calcio diventa spietato, perché le squadre tecnicamente più forti, quando entrano nella spirale dell’anno no, rischiano di cadere più fragorosamente delle altreVincenzo Bellino

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