CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / SE IL MENTALE DIVENTA REALE

(Gianni Barone) – Nella ricerca disperata dell’assoluto, nel calcio, il pensiero fece qualcosa di pratico per convertirsi nel reale che alla fine, pur disprezzato da chi vuole vedere il bello a modo suo e secondo i suoi canoni estetici soggettivi, riesce non ad accontentare tutti, sarebbe impossibile, ma solo una parte che, come dice il proverbio, gode in quanto, e quando, si accontenta. E gli altri cosa fanno, visto che non si accontentano mai? Discutono, disquisiscono, polemizzano, contestano e condannano, trovando nel non gioco (nella loro ottica, talvolta ossessiva e distorta) sempre una colpa e in chi non lo pratica, secondo i loro schemi mentali ed estetici, il colpevole della crisi di un intero movimento di un’intera nazione calcistica italiana, che non si qualifica e si squalifica, per colpa di quelle piccole squadre che fanno del realismo applicato, più che la loro missione o ragione di vita, la loro sopravvivenza a certi livelli e a certe dimensioni fisiche e mentali.

Piccole realtà realistiche che, giocando (anzi: non giocando e non facendo giocare) ai due all’ora, abbassando ritmi e velocità rispetto alle più elevate ed accettabili medie europee  e costringono tutti quanti a spettacoli che da normali o ordinari diventano sempre di più mediocri e quindi inaccettabili.

Quando si parla di squadre che praticano un calcio figlio di un dio estetico e spettacolare minore, sparagnino e conservativo, il chiaro riferimento è quello che si fa al Parma di Cuesta, che – secondo il teorema di Legendre / Sacchi / Zeman / De Zerbi / Guardiola / Fabregas, che teorizza la conquista delle vittorie esclusivamente in base al gioco manovrato e nulla più – non dovrebbe trovarsi dove si trova e non dovrebbe (o meriterebbe, secondo il loro metro e il loro gusto) ottenere i risultati e le vittorie (8, che secondo la prassi dovrebbero essere almeno 9 per garantire l’assoluta salvezza, quindi ne mancherebbe solo una) che finora ha ottenuto, senza capirne il perché sempre secondo la loro visione del calcio e versione della vita, in cui lo stesso calcio si riflette.

Sempre secondo loro, ma ciò che non è secondo a nessuno, ma prima di tutto utile e necessario al calcio per poter essere efficace e competitivo (cioè il risultato, e da qui la categoria di pensiero dei risultatisti) è essere capaci di interpretare nel modo giusto e conveniente le partite, ricorrendo a tattiche e strategie anche difensive, conservative, da blocco basso e catenacciare, le quali risultano congeniali al proprio stile e alla propria identità e di conseguenza “funzionali” (cit. Majo) a quello che deve essere il percorso per raggiungere il risultato, ricorrendo, quindi, ad ogni mezzo pratico, che sublimi ed esalti l’atteggiamento di una squadra che vuole fare – senza orpelli o arzigogoli tecnici, talvolta superflui e deleteri, nell’economia finale del contesto gara – il risultato, che alla fine è lo scopo ultimo ed unico del gioco in questione.

E se per ottenere ciò, per sporcare le giocate e manovre avversarie, occorre privilegiare un assetto difensivo, ben venga, e se poi piovono da più parti, critiche da chi si straccia le vesti, perché ritene che la grande bellezza sia altro, machissenefrega, urlato ai quattro venti con tutta l’onestà professionale ed intellettuale che ognuno dovrebbe avere quando insegue obiettivi attraverso il proprio lavoro quotidiano.

Dopo quattro turni positivi, in cui si è affermata la tendenza a voler inseguire un tipo di calcio realistico, molto pratico, a tratti con le grandi o presunte tali, iper-conservativo per non dire di peggio, dove quel peggio a livello di etichette e definizioni potrebbe anche dare fastidio ad un tecnico giovane, il quale sentendo parlare di un qualcosa mai visto da lui, nella sua vita di sportivo, come il catenaccio, non dovrebbe pesargli più di tanto, essere considerato seguace di una tradizione calcistica italiana che ha dato tanto lustro al nostro paese e che invece qualcuno vorrebbe affossare, cancellandone, oltre che il ricordo, anche i meriti avuti nell’evoluzione tecnico tattica del gioco degli ultimi sessant’anni e antecedenti.

Sentirsi dare del catenacciaro non dovrebbe per nulla scuotere o indispettire (anzi) uno che, nato nel ’95, quando ha cominciato ad emettere i primi vagiti come appassionato del pallone, nei primi anni del secolo in corso, l’unico modulo non in voga, ma in essere era la zona, e del modulo a uomo di cui il catenaccio era arma imprescindibile, i vari profeti dell’epoca, Righetto in primis, avevano pensato bene di affossarlo, dichiarandolo e considerandolo obsoleto, sorpassato, quasi come un reperto mesozoico da non seguire per nessuna ragione pratica o filosofica al mondo.

Quindi, non bisogna offendersi – a salvezza quasi raggiunta, manca il match point finale che alcuni vedrebbero possibile a Firenze, con l’ex decaduta squadra viola, che stenta a rialzarsi del tutto, nonostante un discreto “score” nel girone di ritorno – e se col Cagliari si è visto un accenno di ricorso ad un calcio più offensivo, con baricentro più alto e frequenza ad occupare più spazi nella metà campo avversaria, dovuta forse alla presenza di un giocatore come Strefezza, capace di muoversi bene tra le linee per aprire varchi e corridoi di passaggio (cosa che avrebbe dovuto fare prima e che dovrebbe fare ora, seguendo l’esempio del compagno il sempre osannato Bernabé), ben venga, ricordandosi però che l’imperativo del primo non prenderle e della cura della fase difensiva, non vanno mai derogati in nome di quell’istanza fugace e caduca dell’inseguire ad ogni costo la spettacolarizzazione, fine a se stessa, propugnata da molti che vorrebbero sempre vedere quel qualcosa in più, che non può essere nelle corde e nel dna di fuoco di chiunque.

Poi si scopre e si scoprirà che anche i cosiddetti profeti, di cui sopra, leggi Guardiola e Fabregas, pur depositari di una vocazione estrema portata alla cura del calcio offensivo, secondo i crismi riconosciuti loro dai massimi esponenti della critica dotta in materia, talvolta hanno fatto o fanno ricorso a quel gioco di rimessa, leggi contropiede, per risolvere le partite più difficili o più ingarbugliate. Della serie “si fa quel che si può e non quello che si vorrebbe”.

E noi tutti vorremmo, o presumiamo sia così, che anche il Parma di Cuesta, alla fase difensiva ermetica e solida, accompagnasse un ricorso organico e strutturato del contropiede, mai visto quest’anno, per arricchire un po’ lo spettacolo, visto che una ripartenza veloce ed efficace, lo potrebbe garantire, checché se ne pensi e checché se ne dica. Il tutto detto, scritto e pensato dopo un Comò-Inter di Coppa Italia, scontro fra la più forte e la migliore nel gioco, del torneo, che alla fine, sul piano prettamente spettacolare ha deluso un po’ tutti con uno 0-0 non certo entusiasmante per nessuno, secondo una teoria della relatività calcistica che nessuno potrà mai confutare. Gianni Barone

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