CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / QUANDO IL GIOCO PUO’ ATTENDERE

(Gianni Barone) – Quando il gioco può attendere. Fino ad un certo punto… Non parliamo di gioco in generale e nello specifico di quello del Parma (per alcuni, Cassano in primis, non gioco), perché tanto lo fanno in tanti. Per non dire tutti… Concentriamoci, invece, su altre cose, superando il conflitto un po’ stucchevole, che francamente ha fiaccato, fra risultatisti (pochi) e giochisti (quasi tutti), tipo l’interesse che, a questo punto della stagione, assume il campionato, in vetta e in coda, con molte squadre che ancora si devono, in otto giornate, giocare tutte le proprie carte – e reputazione – per il raggiungimento dei vari obiettivi che ogni formazione si era posta e proposta di ottenere.

Nell’aria si sentiva, fino a pochi turni fa, una sorta di scoramento e sfiducia circa l’interesse che un campionato, che qualcuno aveva definito orrendo, con quello che poteva ancora offrire, e non parliamo del livello tecnico, giudicato da quasi tutti, stando ai riscontri negativi in Europa, in attesa di quelli della Nazionale, prossimi a venire, ad iniziare da stasera, men che mediocre per mancanza di qualità tecnica (che do bali), di ritmo (più interessante), di slanci e lampi creativi, che giustifichino il prezzo dei biglietti e degli abbonamenti per stadi e tv, sottoscritto da una vasta platea di sportivi.

Spettacolo che latita, secondo alcuni, perché mancano i fantasisti in quasi tutte le squadre e quei pochi che sarebbero da considerare tali, cioè dotati dell’estro degli atipici e dei senza ruolo, che in passato avevano fatto la fortuna di squadre e avevano soddisfatto il palato dei tifosi, vengono ingabbiati, decentrati e irregimentati in ruoli, all’interno di disposizioni tattiche, di sistemi rigidi, per lo più ancorati a strutture difensive disposte a cinque dietro, con tre centrali e due esterni.

Questa assenza di genio e di imprevedibilità, considerata, forse a torto, sregolatezza, introdotta anni fa con l’avvento della zona anni 80/90, nel tempo ha consolidato strutture di pensiero tattico strategico particolarmente cingolate, entro principi da attuare e rispettare in maniera proattiva, fino ad un certo punto, e di sicuro tutt’altro che creativa e fantasiosa.

La fantasia ha abdicato dal potere che si era conquistata con fatica, nelle ere di transizione post catenaccio, ed stata sostituta dal rigore tattico e dalla inderogabilità del modulo, creando di fatto un vuoto di espressività del gesto e dell’intuizione, generato da ferree organizzazioni di gioco, poco propense ad accogliere lampi di genio, scartando dall’armamentario tecnico di ogni singolo giocatore la finta e il dribbling, da bandire con forza e determinazione.

La teoria del possesso palla, la costruzione bassa, il giro palla insistito, i passaggi all’indietro, sovente sul portiere hanno fatto e stanno facendo il resto, per rendere il gioco più meccanico, più standardizzato, prevedibile al massimo, privo di “uno contro uno” di “uno-due” (triangoli in velocità sempre più rari), cambi di gioco e di campo sempre meno frequenti, verticalizzazioni e lanci smarcanti del tutto inefficaci, sporadici e poco convinti, poiché attuati da difensori, portieri (che sovente buttano su, come viene viene) o da mediani incontristi dal piede non certo fatato, schierati in mezzo, in luogo di un regista vero e proprio, troppo spesso sacrificato o relegato in panchina (ogni riferimento a Nicolussi-Caviglia del Parma credo non sia puramente casuale), perché considerato superfluo ed inutile nel quadro di una visione conservativa del gioco da attuare, attraverso duelli da vincere e seconde palle da conquistare.

Non stupiamoci, poi, se lo spettacolo manca e non soddisfa quando, dello stesso, molti si accorgono e ne lamentano l’assenza solo quando la propria squadra perde, per non parlare poi della “qualità della squadra” e della sua mancanza, per giustificare il non ricorso a determinati stratagemmi (tipo il contropiede, questo assoluto sconosciuto per squadre come il Parma) che sarebbero, se provati con cognizione di causa ed organicità, determinanti in particolari momenti dell’incontro per mettere al sicuro il risultato e vincere le gare. Però, mancano gli uomini adatti!, qualcuno insorge, e allora adattiamoli e adattiamoci, perdinci!

In sintesi, si avverte il vuoto generato da mancanza di numeri da parte di giocatori senza numero (il dieci, ormai, è un’icona del passato remoto, dell’era protovillanoviana) che, se rimanessero senza ruolo, sarebbe meglio e se trasformassero la loro prestazione in un’ottica più di posizione da ricercare per rendersi pericolosi per gli altri e utili (funzionali, come direbbe Majo) per la propria squadra, sarebbe meglio, sempre che l’estro di alcuni e le geometrie di altri non vengano di continuo sacrificate sull’altare della patria tattica di difendere e da difendere.

Sto facendo un discorso che farà piacere agli esteti che criticano e non propongono soluzioni se non il ricorso a modelli estetici esteri di difficile riproposizione: il meglio non si importa, il peggio sì e lo si include in ogni campo, e in quello del calcio maggiormente.

Però, ciò che manca di più del tanto abusato valore tecnico, è quello fisico della velocità che fa aumentare i giri del motore squadra e propone un ritmo superiore alla media (quella italiana decisamente inferiore rispetto a quella europea, invidiabile) per confezionare azioni d’attacco, vere, incisive, arrembanti, che scarseggiano sempre più ad ogni livello, sia di alta che di bassa classifica. Si traccheggia, si veleggia a bassa intensità di nodi e il moto ondoso verso la porta avversaria non è mai in aumento, sempre in diminuzione, senza remissione o scampo.

In sintesi, ancora: niente fantasisti, troppe squadre che giocano a 5 – in serie A quasi tutte, tranne Como, Bologna, Sassuolo e ora, con Giampaolo, anche la Cremonese oltre al Parma quando Cuesta non è soddisfatto del suo trend -, qualcuno sentenzia in tv, tipo Criscitiello di Sportitalia, mentre tutto il resto tace o sa cosa dire o proporre. Oppure, c’è chi va in tv e davanti a sconfitte come quella patita dal Parma con la Cremonese, non trova gli argomenti per commentarla e giustificarla e, in un goffo di tentativo di “sospensione del giudizio” alquanto puerile, per mancanza di acuta astrazione, afferma “non ho parole, partita incommentanile”. E allora cosa ci vai in tv a fare l’opinionista, verrebbe da obiettare, vai a dire che non sai il perché delle cose e nemmeno lo sai trovare o inventare dal cavallaio e dall’alimentare, con tutto il rispetto delle due categorie e dei loro ottimi prodotti a cui a tutti noi piace attingere.

Mancano registi, fantasisti in campo, che sappiano dirigere ed inventare, ma anche chi commenta dovrebbe fare qualche sforzo in più per capire, per fare capire e farsi capire e non solo per darsi un tono che scade quando l’inventiva e l’intuizione vengono meno.

Tutto questo sarà vero e credibile fino a quando conosceremo l’esito degli spareggi al mondiale della Nazionale italiana, che se passerà sarà nostra di tutti, con i soliti effetti da disastro ecologico, del decoro e del buongusto, ma se non lo farà sarà figlia di tutti i mali di cui il nostro (che diventa vostro e degli altri) calcio soffre e cui rimedi non si sa mai quali saranno, però dei colpevoli vi sarà sempre certezza.

E, in attesa che questi prospettati scenari si compiano, con la sosta della serie A, lasciatemi g