
Cuesta contro Fabregas, derby spagnolo e mentalità differenti
Domenica 17 maggio, alle 12:30, lo stadio Giuseppe Sinigaglia farà da cornice alla sfida tra Como e Parma. Oltre ai punti in palio, il match metterà di fronte due delle idee calcistiche più interessanti della nostra Serie A: quelle di Cesc Fàbregas e Carlos Cuesta.
Due tecnici accomunati dalla giovane età e dalla nazionalità spagnola — Fàbregas nato ad Arenys de Mar, Barcellona; Cuesta a Palma di Maiorca — ma separati da una concezione del calcio quasi opposta. Da una parte c’è Fàbregas, 38 anni, uno dei centrocampisti più raffinati della sua generazione. In carriera ha guidato il centrocampo di club come Chelsea, Arsenal e Barcelona, oltre a essere stato protagonista della nazionale spagnola nella sua epoca più vincente. In panchina ha trasferito la stessa filosofia vista in campo: controllo del possesso, ricerca costante della superiorità e mentalità offensiva.
Dall’altra parte c’è invece Cuesta, appena 30enne e già nella storia del campionato italiano: è infatti l’allenatore più giovane della Serie A dai tempi di Elio Toschi, che nel 1939 guidò la Triestina a 29 anni. A differenza del collega catalano, il tecnico crociato ha costruito il proprio percorso lontano dai riflettori del grande calcio giocato: a soli 18 anni ha appeso gli scarpini per inseguire il sogno di allenare. Si fa le ossa da allenatore nelle giovanili dell’Atlético Madrid, poi all’U17 della Juventus, per poi approdare alla corte di Mikel Arteta nel ruolo di vice all’Arsenal: un percorso ricco di apprendistato che ha convinto il Parma ad affidargli la panchina.
Eppure, nonostante le differenze, entrambi hanno già ottenuto risultati significativi. Fàbregas, nella sua prima stagione in Serie A, ha portato il Como a una salvezza mai realmente in discussione, chiudendo il campionato 2024/2025 al 10° posto con 49 punti, frutto di 13 vittorie e 10 pareggi. Numeri simili a quelli raccolti da Cuesta nel corso della stagione in corso sulla panchina del Parma: 42 punti conquistati grazie a 10 successi e 12 pareggi, sufficienti per centrare la permanenza in categoria con 4 giornate d’anticipo.
A cambiare radicalmente è però il modo in cui questi risultati sono stati costruiti.
Il Como di Fàbregas è una squadra che ama comandare il gioco, occupare stabilmente la metà campo avversaria e cercare il gol con continuità. La filosofia è chiara: giocare per segnare un gol in più degli avversari, anche accettando qualche rischio difensivo. Il dato sul possesso palla — 60% medio — racconta perfettamente questa identità: i lariani sono la 2ª squadra più prolifica del campionato per produzione offensiva (davanti solo l’Inter), con 502 tiri in porta effettuati e 60 reti segnate. Tuttavia, il Como è anche una squadra che di tiri ne subisce molti e che spesso impensierisce i propri portieri, su 144 tiri subiti sono ben 116 le parate effettuate, 28 i gol incassati.
Il Parma di Cuesta rappresenta invece l’altra faccia del calcio moderno: meno possesso, più compattezza; meno costruzione prolungata, più attenzione agli spazi e alle transizioni. I crociati hanno mantenuto una media di possesso del 43%, preferendo spesso una difesa organizzata, recupero palla e ripartenze rapide. Una strategia che si ha portato il Parma a tirare 242 volte verso la porta avversaria, realizzando 27 reti, ma che soprattutto è riuscita ad arginare gli attacchi avversari ancor prima di arrivare al tiro, sui 117 tiri in porta subiti dai crociati sono 72 le parate e 45 i palloni entrati in porta.
Due filosofie differenti, quasi opposte: il dominio del pallone contro la ricerca dell’equilibrio. Eppure, sia Fàbregas che Cuesta hanno dimostrato come nel calcio non esista un’unica strada per raggiungere l’obiettivo stagionale. Domenica, al Sinigaglia, non assisteremo soltanto a una partita della 37° giornata di Serie A, assisteremo al confronto tra due modi opposti di intendere il calcio moderno.
