
CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / SIAMO UNA SQUADRA FORTISSIMI
(Gianni Barone) – Siamo una squadra fortissimi (cit. Checco Zalone). Questo lo si può affermare quando si vuole, anche quando si perde per 4-1 con una squadra che ha dimostrato che il contropiede – sia corto che lungo, sia alto e sia basso – ancora funziona (alla rovescio), anche se non tutti hanno la voglia e il coraggio di ammetterlo. Peccato che per il Parma abbia funzionato poco (o niente), perché, se avesse funzionato a dovere e per davvero, o fosse stato predisposto e proposto con più frequenza, quello che abbiamo affermato (titolo più incipit), non avrebbe potuto essere smentito da nessuno.
Invece, se quel gol di Pellegrino, con la complicità sia di Strefezza, autore dell’assist (il suo primo vincente in casacca Crociata) che di Paleari, portiere del Toro, che nella serata delle papere non voleva essere da meno di Suzuki (mi si perdoni l’ironia, anche i tecnici hanno un’anima ridens, non solo i giullari di corte), uno dei pochi segnati su azione manovrata, fosse bastato ad evitare la sconfitta e dar seguito alla “reazione”, dopo lo choc iniziale della serata al Grande Torino di venerdì sera, rivendicata con orgoglio da Cuesta, nel post gara, saremmo qui a parlare altro che di squadra fortissimi, che può fare a meno di un centrale di sinistra nel trio difensivo, come Valenti, di Corvi titolare in porta e di Nicolussi Caviglia, in mezzo al campo, come vice Bernabé (che si rimpiange solo quando si perde, quando si pareggia, invece, non si avverte) per dare senso geometrico e idee ad una formazione che talvolta (troppo spesso) dimostra di non averne.
Invece, siamo qui a parlare di squadra che al suo terzo KO nel girone di ritorno con passivo pesante ha ancora orgoglio di fare bene quello che sa fare (come in tutto nel primo tempo coi granata) e con cui dovremo certo complimentarci e che non rischia niente, nonostante tutti i segnali e i campanelli d’allarme di pericolo suonati, non uditi da tutti, e non sto qui elencare tutte le categoria coinvolte in questa sordità generale, per non offendere e far inquietare nessuno, visto l’alto grado di suscettibilità e permalosità che impera in ogni ambiente.
Infatti, c’è chi racconta storie alla fine, ma anche prima di ogni partita, facendo “leggere Kafka” a chi ascolta con motivazioni e giudizi di difficile compendio e accettazione, e chi invece cerca di “dare nome alle cose” che succedono sul campo, come nella vita, per difenderci; alcune molto semplici (come il non avere visto nessuna reazione e nessun tiro in porta nella ripresa) ed alcune molto complesse, circa la capacità di trovare le soluzioni offensive ottimali per metter in difficoltà l’avversario che, quando non viene attaccato, può rispondere al niente scaturito da chi ha fronte, e può agevolmente creare pericoli e situazioni gol anche rocambolesche, anche impensate.
Noi nominiamo le cose e cerchiamo di farlo anche attraverso i titoli che ci vengono a mente o che prendiamo a prestito dalle realtà più variegate che ci circondano; loro, i grandi, gli addetti ai lavori, ci raccontano le storie che fatichiamo a capire pur armandoci di quel presente del presente, stando a Sant’Agostino, che è l’intuizione, ma nonostante tutto facciamo tanta fatica ad accettare quelle cose che ci vengono raccontate con esattezza e bellezza quasi irripetibili, ma che rimangono le più strane possibili, per spiegare una sconfitta pesante oltre che nelle proporzioni del punteggio anche per come lo stesso, per assenza, a nostro avviso di volontà e non di altro, è maturato sul campo.
Non discutiamo le scelte e gli errori individuali che saranno compresi e metabolizzati in fretta e a dovere, oltre che perdonati, perché commessi da totem e non da ex riserve o enfant de pais, che in patria faticano sempre ad essere profeti accettati o acclamati, ma non riusciamo a farci persuasi come una squadra (fierissimi e fortissimi) possa disintegrarsi nello spirito e nel carattere, dopo aver avuto una prima reazione positiva al passivo iniziale, non seguita da altrettanta abilità nel riproporla dopo aver subito il secondo e poi il terzo gol, in rapida successione, allontanando, sempre più, la convinzione che in presenza di episodi a sfavore la squadra stenti a riprendersi, mostrando un volto remissivo e rassegnato che in altri contesti, con partita bloccata e addormentata, non sarebbero stati possibili.
Un Parma che, pur non giocando benissimo, o non giocando per niente, ma che riesce a far giocare male gli altri e non subisce gol in tante gare volgendole dalla propria parte, quando, invece, va sotto, va in tilt e perde la compattezza e non l’equilibrio, in quanto lo stesso viene garantito solo quando si tengono in considerazione, allo stesso modo e allo stesso tempo, le due fasi, di possesso e non, con scaglionamenti preordinati. E questo – al di là delle storie, che alla Kafka (che noi, per la precisione, avevamo iniziato a leggere già a tredici alla fine delle scuole medie) ci vengono propinati nei pre e nei post gara dal tecnico che non ammette gli errori e le incertezze – non lo si può certo discutere visto che ad una robusta e solida (a Torino decisamente meno) fase difensiva di non possesso, non è mai seguita un’adeguata fase offensiva capace di produrre azioni pericolose o palle gol create con frequenza, questo credo sia indiscutibile.
Quindi, invitiamo chi di dovere a raccontare meno storie (che non tutti sono in grado di credere) e di nominare di più le cose, non della vita come cantava Venditti, quelle fanno piangere i poeti, ma del loro calcio che posizionale potrebbe essere o diventare, ma che al momento non è, per dare a noi, oltre alla possibilità di capirne di più, quella che ci offra anche lo spunto per qualche titolo interessante, evitandoci di ricorrere a quelli del giornalismo d’antan: quello delle Waterloo, delle debacle, degli harakiri o delle staffilate che sarebbe bene che qualcuno tentasse di far esplodere dalla cosiddetta distanza.
Già con il fatto di aver ammesso di saper far meglio il contropiede corto (frutto di ri-aggressioni o pressing alto) rispetto a quello lungo e tradizionale, forse siamo già sulla buona strada. E speriamo, dunque, di continuare così, benissimo, sia a livello di gioco che di titoli, altrimenti per questi ultimi occorrerebbe che si sviluppassero, per dare più pepe, alla primavera Crociata, prossima a venire, dei veri e propri casi, tipo Corvi e Nicolussi Caviglia, scoprendo il perché non hanno giocato e/o non giocheranno, in nome di che cosa oltre che dalla riconoscenza o dalla desuetudine cronica al palleggio, come evidenziato dal “rovescio” di Torino? Gianni Barone
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