
CRAC PARMA FC, LA CASSAZIONE DISPONE L’APPELLO BIS. LA CHIOSA DI MAJO
(Gmajo) – Ieri mattina, mercoledì 11 marzo 2026, alla Quinta Sezione della Corte di Cassazione, specializzata nei reati economici, sotto la Presidenza di Grazia Rosa Anna Miccoli, si è svolta la pubblica udienza per discutere i ricorsi di chi era stato condannato – per il crac Parma F.C. – lo scorso Gennaio 2025 dalla Corte di Appello di Bologna, presieduta da Sante Bascucci. Tommaso Ghirardi (3 anni e 10 mesi di reclusione) e Pietro Leonardi (6 anni) in primis, ma anche membri del collegio sindacale ed amministratori senza deleghe del fu Parma FC, a cui erano state comminate condanne comprese tra i 3 anni e i 2 anni e 2 mesi.
Ma cosa ha stabilito la Cassazione?
Tra le tante ricostruzioni – purtroppo non sempre precise – circolate sulle testate digitali e non in queste ore, scegliamo di riportare quella dell’Ansa, non solo per ruolo “istituzionale”, ma anche perché ci sembra quella più chiara rispetto al dispositivo della Corte di Cassazione.
“Servirà un processo d’appello bis per il crac del vecchio Parma Fc, la società fallita nel marzo 2015. La Cassazione ha annullato con rinvio alcune parti della sentenza della Corte di Appello di Bologna, che nel Gennaio 2025 aveva condannato a 6 anni di reclusione l’ex amministratore delegato Pietro Leonardi e a 3 anni e 10 mesi l’ex presidente del club Tommaso Ghirardi. La Corte d’appello dovrà ridefinire alcune responsabilità dell’ex patron e dell’ex ad, ma solo in relazione alle imputazioni di bancarotta documentale e impropria. Rigettati nel resto i ricorsi dei due ex massimi dirigenti. Ci sarà un nuovo processo per altri quattro imputati, membri del collegio sindacale e componenti del cda senza deleghe: annullate con rinvio su tutti i capi le precedenti condanne. Estinta per prescrizione un’imputazione per un reato fallimentare contestata a Pietro Leonardi.”
La vulgata, abilmente veicolata da altre fonti su altri canali, tendeva a far credere che la Corte Suprema avesse annullato le accuse più gravi all’indirizzo dei due maggiori imputati, Tommaso Ghirardi e Pietro Leonardi: la mia personale interpretazione, invece, è diametralmente opposta, perché, finalmente, sono di fatto stati assolti (lo sancirà, ufficialmente, il Processo d’Appello Bis), i soci minori e i membri del collegio sindacale, che, per l’esperienza diretta che mi ero fatto vivendo quella realtà, non c’entravano una benedetta mazza con la gestione un po’ così del Parma ghiro-leonardiano, che restavano, invece, i veri responsabili del tracollo, il primo per non aver immesso, assieme alla famiglia (ricordate i mitici rubinetti chiusi dalla mamma), le risorse liquide quando necessario ed indispensabile, l’altro per il “ci penso io”, (pronunciato in Monterotondo language) mettendoci la sua rinomata e riconosciuta arte ed abilità.
Tom, in più, a mio avviso si sarebbe anche macchiato dell’incauta vendita a Taci (che, esploso l’ultimo colpo sul cadavere, poi se ne sbarazzò, per un euro, a Manenti, ultimo tassello comico della tragedia, che, con la sua impresentabilità, spesso ha finito per fare da paravento ai due veri artefici del crac).
Non sono un giurista, né ho gli strumenti idonei per esprimermi sulla verità processuale, ma, anche per esperienza personale, so quanto questa sia sovente difforme da quella reale: per esempio, per me, le colpe dei due imputati sono equipollenti, ma se proprio c’era da fare una differenza, avrei addossato la maggior parte al Ghiro, che era il padrone, e meno al dipendente, ossia l’esatto contrario di quanto sancito dai giudici nei precedenti due gradi di giudizio, che avevano ritenuto l’Ammiraglio meritevole di una condanna decisamente più pesante rispetto all’Armatore.
Nella sua revisione del Processo d’Appello, tra l’altro, la Cassazione non è che abbia alleggerito, come tradotto da molti, le responsabilità dei due principali imputati, togliendo loro i capi d’imputazione più gravi, tanto è vero che, ad esempio, alcune accuse di bancarotta (che non mi paiono così leggere) restano ancora in piedi. Insomma, non mi pare che possano sciabolare bocce di champagne per festeggiare, se non fosse per la concreta possibilità, con le consuete lungaggini della giustizia italiana (stiamo parlando di un crac di dieci anni fa) che possa finire il tutto in prescrizione, che magari era il vero obiettivo per sfangarla. Tutto molto ripugnante. Paradossale.
Provando ad addentrarci dentro la sentenza della Cassazione possiamo mettere qualche punto fermo. Il primo, dunque, è che la Corte limita a Ghirardi e Leonardi le responsabilità, riconoscendole accertate – ossia sopravvissute al terzo grado di giudizio – per i punti su cui ha rigettato i loro ricorsi, tra cui un’ipotesi di bancarotta. Questo significa che la Corte di Appello a cui la Cassazione ha rinviato, per questo specifico aspetto dovrà esprimersi solo sulla pena, ma NON sul fatto ormai accertato.
In soldoni? Sia Ghirardi che Leonardi verranno condannati, ma probabilmente a pene significativamente inferiori rispetto al primo appello, probabilmente sotto ai 4 anni per Leonardi e sotto ai 2 per Ghirardi, se dobbiamo provare a fare gli indovini. E non è cosa da poco, perché sotto i 4 anni non si va in carcere e sotto i 2 la pena è sospesa. Un altro mondo rispetto a quanto temuto (o auspicato dai forcaioli della prima ora, ormai imborghesitisi), ma non certo un’assoluzione.
Diverso il discorso per quanto riguarda consiglieri senza deleghe e sindaci, che si sono visti ammettere tutti i motivi dei rispettivi ricorsi, con annullamento totale della sentenza e rinvio in Appello. In questo caso è ipotizzabile un filotto di assoluzioni, data la vera e propria demolizione della sentenza di secondo grado (e chi l’ha emessa sarebbe lecito si ponesse qualche domanda sul proprio operato, specie per non aver tenuto in debita considerazione la perizia Manzonetto, anticipando i termini della decozione nel tentativo di tenere in piedi il proprio teorema) per questi imputati.
Ad oltre 11 anni dal fallimento, insomma, c’è il rischio fondato che finisca tutto a tarallucci e vino sul primo (e sinora unico) fallimento a campionato in corso di un club di serie A che per questo aveva fatto tanto clamore, nonostante le cifre relativamente contenute del buco (per dire: sono state tenute in vita altre realtà con voragini ben più profonde): ribadisco la mia convinzione che sarebbe bastato anche poco – se solo la famiglia proprietaria lo avesse voluto – per evitare la fine ignominiosa della storica società (poi rifondata e ripartita dalla D, con l’epopea Come noi Nessuno mAi), incappata, in quella maledetta stagione 2014-15 (a cominciare dalla clamorosa esclusione dalla Coppa Uefa conquistata sul campo, per appena 300.000 euro non versati – per me la classica evasione fiscale di Al Capone -, in una serie di sfighe che han fatto cadere dal filo gli equilibristi, in precedenza capaci, di riffa o di raffa, di rispettare sempre le obbligatorietà (pagamento stipendi ed Irpef, per evitare punti di penalizzazione).
Mi preme, tuttavia, ricordare – pur essendo stato in tempi non sospetti il massimo accusatore del GhiLeo (mentre erano in auge, poi ho lasciato perdere perché non mi piace, a differenza di molti, sparare sulla Croce Rossa: il mio compito era ormai terminato, con piena soddisfazione) – che per me, in questa storia, non ci sono stati ladri, non c’è stato nessuno che si è arricchito scappando col malloppo, ma solo ed unicamente malagestione per tracotanza, arroganza e totale assenza di senso di responsabilità. Gabriele Majo
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