NELLA TANA DEL PONGONAZZO / PARMA CINEMATOGRAFICO

(Ale Pongonazzo) – Il Parma torna a perdere e lo fa in ossequio alle ultime roboanti sconfitte con Atalanta e Juventus, incassando anche col Torino un passivo di quattro reti. Con questa sconfitta, veniamo affrancati dal risultato positivo, o quantomeno accettabile, raccolto nelle ultime uscite dei Crociati. Punti apparsi in soccorso, nel mitigare e talvolta modificare, le valutazioni sulle prestazioni.

Invero, da tempo una gran parte della tifoseria invoca, in nome dello spettacolo e del divertimento, una messa a terra differente per perseguire il fine della salvezza, ma, evidentemente, come dimostrato nella partita col Torino, pare che almeno per ora questa compagine non abbia molta libertà di scelta.

Contro i D’Aversa boys, tuttavia, qualcosa di spettacolare si è visto: l’inizio dell’incontro è stato cinematografico. Al secondo minuto inizia una breve ma intensa rassegna d’essai. Se “Cristo si è fermato ad Eboli” (1979), Mandela Keita si è fermato a Milano: dopo quella partita, infatti, v’è stato un crollo verticale delle sue prestazioni. Certo, ha sempre manifestato il desiderio di regalare palla agli avversari e, pur provandoci in diverse occasioni durante il corso del campionato, non ha mai trovato piena soddisfazione, come col Toro, nel riuscire ad innescare un fulmineo contropiede alto (adesso, grazie all’invenzione di Cuesta, le ripartenze hanno una statura…) dei granata. Ecco, così, che la denuncia della arretratezza nel mezzogiorno tratteggiata nel film di Francesco Rosi si traduce in una assenza fra le competenze del belga nel non saper trattar quella sfera che rotola sull’erba, dopo averla recuperata dai piedi avversari. Purtroppo, in questo remake, dell’atmosfera incantata e adorna di sensibilità umane non v’è traccia.

La macchina da presa, passa rapidamente ad inquadrare Circati, impegnato nella reinterpretazione de “Il cigno nero” (2010), ma, in questo caso, l’attenzione, anziché essere rivolta alla ricerca compulsiva della perfezione, anche attraverso percorsi autodistruttivi, sembra sia più indirizzata verso una superficiale e goffa ricerca di movenze inadeguate al contesto. Nessuna angoscia esistenziale, nessuna follia, solamente approssimazione. Forse più Calimero che cigno nero.

Per il gran finale, un classico del 1958, “La gatta sul tetto che scotta”, in un contesto come quello della porta, ove chi se ne appropria cerca di far di tutto per non smarrire la posizione conquistata. Alla luce del dualismo dalle variegate motivazioni fra Corvi e Zion, l’intervento del giapponese pare proprio un ribaltamento della definizione che il drammaturgo Tennessee Williams, autore del dramma teatrale da cui verrà tratto l’omonimo film con Paul Newman ed Elizabeth Taylor, propone in riferimento al titolo dell’opera teatrale stessa: “Fa di tutto per rimanere su quel tetto, acrobazie spericolate, equilibrismi insoliti, imprecando, implorando, pregando. Mentendo, soprattutto.” Fatta eccezione per il mentire, di cui non si ravvisano colpe nel ragazzo, per tutto il resto si può pensare abbia fatto il necessario per ribaltare detta definizione… O forse sono altri che l’hanno indotto in questa sceneggiatura, potendo attendere, più ragionevolmente, repliche future.

Poco dopo questa iniziativa cinefila non manca un abbraccio alla musica:“Boys don’t cry” dei The Cure pare il sottofondo scontato per accompagnare il povero Cremaschi fuori dal campo già all’undicesimo minuto. Va bene non nascondere le emozioni e speriamo non sia nulla di grave.

Al ventiquattresimo minuto si apprezza l’amore per la libertà di Valeri, anche nei confronti non solo di sé stesso, ma come concetto generale. Strefezza mette una gran palla per il laterale sinistro e lui, invece di governarla, la lascia rotolare follemente lontano da sé, libera e senza controllo. Il controllo, appunto, fondamentale sempre più dimenticato, ritenuto evidentemente superfluo. A quando i palloni autocontrollanti, dotati di chip che, all’avvicinarsi di un piede, si aggrappano al medesimo indissolubilmente. Dòpa però gh’è anca da tirär?

Circati, forse stanco per aver già prestato le proprie fatiche per la rassegna cinematografica, attorno al trentottesimo minuto del primo tempo, si trova a lasciar scorrazzare per l’area il figlio di Diego Simeone che, per poco, non segna di testa. Tant’è: in molti sostengono sia perfetto per la Premier, soprattutto perché parla già inglese, va là… Comunque, anche il campionato dell’Isola di Malta si chiama Premier League, così, tanto per poter scegliere od essere scelti.

Quello che infastidisce della partita di venerdì 13 (la proverbiale sfiga della fatidica data non c’entra un culo, quantomeno se parliamo dello stesso amico su cui accomodiamo le nostre natiche che ci ha gratificato nelle partite precedenti), pur non dimenticando che, almeno i punti fatti finora, non possono essere detratti, è che il Torino, nonostante tutto, ha dato l’impressione di poter essere ferito senza troppi sforzi e, il non averlo fatto con convinzione, risulta oltremodo colpevole.

Al quarantanovesimo minuto un contropiede che pareva poter regalar soddisfazioni si infrange sulla schiena di Keita. Pellegrino, infatti, dopo qualche metro di corsa serve il compagno dritto in mezzo alle scapole, si teme sia una richiesta di Cuesta e forse durante la settimana si allenano con bersagli sulla schiena per affinare questi automatismi.

Nonostante non mancassero spunti degni della platea, per lo più deserta a causa della diserzione del tifo granata, anche l’arbitro Maresca si è ritagliato il proprio spazio nell’arbitrare come aveva allenato l’omonimo i primi mesi in serie B nel Parma di Krause. Peccato che in questo caso non sia previsto un possibile esonero in corsa. I nostri sono spesso molli e poco determinati, ma se agli altri e concesso fare falli gialli, senza mai ricevere le tessere paglierine, il tutto diventa, per restare in tema cinematografico, un vero giallo. Prossima designazione Agatha Christie ed al VAR George Simenon…

La seconda frazione della gara scivola via con inciampi, leggerezze, confusioni assortite e desideri che, anziché realizzarsi, regalano concretezza ai bisogni altrui. Una, due e pure tre reti al passivo, realizzate non importa da chi, se dai nostri avversari o fatte in casa, come una volta, per essere più genuine. La partita non è rimasta aperta fino alla fine come al solito, forse perché in questa occasione troppe altre contingenze erano chiuse sin dall’inizio. Decisioni iniziali, scelte in campo, sostituzioni in corsa: tutto rinviato a giudizio nel processo d’appello che si terrà sabato 21 marzo al cospetto del Pubblico Ministero Cremonese. In quei giorni prenderà forma l’equinozio di primavera, speriamo non si sia palesata una nuova stagione, differente dalla precedente, già durante il nostro viaggio in Piemonte…

Ed è così che si è perso, ora senza quell’equilibrio che si pretende sempre dalle squadre per cui si tifa, ci si sbilancerà nel “tutto è brutto quel che era bello”, oppure nel “quello che anche quando era bello dicevamo fosse brutto, ora è ancora più brutto”. Il bello non funziona, il brutto attrae: sollecita discussione, favorisce istinti e genera sinapsi… Ma allora perché sempre tutti a chiedere il bel gioco?

Le coperte paiono essere sempre troppo corte, o in un senso o nell’altro. I negozi di biancheria per la casa sembra non ne vendano di più lunghe, anche guardando con cosa si scaldano i nostri avversari, l’impressione che se ne ricava è spesso quella, ma il commesso di uno di questi negozi, suggerisce dipenda anche dal come le si utilizzino… Ale Pongonazzo

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