Estévez a SP: «A Parma ho realizzato i miei sogni. Tornerò, in Curva!»

«Non piangere perché è finita, sorridi perché è accaduto». Nahuel Estévez deve aver letto Gabriel García Márquez perché, per congedarsi dalla sua Parma, ha scelto di reificare il realismo magico proprio dello scrittore colombiano.

Era finita con il volto solcato dalle lacrime la quadriennale esperienza del centrocampista argentino in maglia crociata, indossata l’ultima volta (pur senza giocare) il 23 maggio scorso. Erano lacrime intrise della felicità di chi sa accettare la fine di una parte della propria vita senza perdere la gratitudine per ciò che è stato. Un sentimento che il classe 1995 di Buenos Aires - 54° giocatore per presenze nella storia del club ducale - ha ribadito nell’intervista concessa ai microfoni di SportParma. È stato impossibile, per una volta, non concedersi una più informale seconda persona singolare per riavvolgere il nastro e sfogliare un album di ricordi lungo quattro anni. Intensissimi.

Sarà difficile abituarsi all’idea di non ritrovarselo, lì, come capitava ininterrottamente dal 2022, a trascinare il gruppo di mister Cuesta all’inizio della preparazione estiva. Tuttavia, le recenti indiscrezioni di mercato potrebbero, ben presto, trasformarsi in un buon motivo per rientrare, dall’Argentina (dov’è ora in vacanza), in quell’Italia che ormai lo ha adottato.

Sul tema del futuro la sua bocca resta cucita, ma l’idea che in quel di Palermo abbiano bisogno di lui per replicare gli anni di Parma non dispiace affatto.

Nahuel, partiamo da dove tutto è finito un mese fa. Da quelle lacrime alla tua ultima partita al Tardini.
«Sicuramente quella partita contro il Sassuolo è stata difficile, perché sapevo che era l’ultima al Tardini. Ho tante emozioni, ma sono anche felice, perché sono stati 4 anni incredibili: me ne vado felice per quello che ho fatto».

Quattro anni e 125 partite in maglia crociata - con 4 gol e 5 assist - non è poco. Sei soddisfatto di quello che hai fatto o hai qualche rimpianto?
«Penso che uno può giocare bene, può giocare male, ma quando dà tutto non deve aver rimpianti. I rimpianti ci sono uno non s’impegna. Ma io ho sempre dato tutto. Non ho nessun rimpianto. Sono orgoglioso della dimostrazione d’affetto che ho ricevuto quando sono andato via: penso che questo sia stata la cosa più importante. Quando uno dà tutto per la maglia, per i compagni e per i tifosi, sentire l’affetto della gente è molto bello».

Ti sei sentito più vecchio o sei ringiovanito quando, da gennaio, sei rimasto l’unico over 30 del gruppo?
«Io non guardo tanto l’età: è solo un numero. Enrico Delprato adesso magari è un pochettino il più vecchio (ride, ndr), ma già due anni fa era il capitano ed era giovanissimo: aveva una mentalità da persona molto più grande della sua età, che - ripeto - è solo un numero».

Il tuo contributo si è rivelato decisivo per le due salvezze in Serie A. Eppure, a volte, i rumors di mercato ti davano sul piede di partenza: ti ha dato fastidio?
«Io non sono uno che guarda i social o legge i rumor di mercato. Io sono uno che pensa al bene del gruppo. Non m’arrabbio se si parla male di me: non sono così, perché non cerco neanche ciò che dice la gente. Non ho mai ascoltato niente, sono sempre stato concentrato sul Parma e su quello che potevo dare al Parma».

C’è una partita con la maglia crociata di cui conserverai un ricordo indelebile?
«Sicuramente ci sarebbero tante partite. Però, quella della promozione, a Bari, è stata incredibile! Io sono arrivato a Parma per tornare insieme con il club e personalmente in A, dopo che l’avevo fatta bene per un anno con lo Spezia. Sia per me sia per il Parma tornare in A era un sogno e quella partita è stata bellissima. Poi, è normale che anche quella di Bergamo, anche se era una cosa diversa: c’erano più risultati a disposizione quella sera. Però, tra le due partite, dico quella della promozione: con il rientro in città e la festa in piazza, è stato tutto perfetto!».

Sei stato allenato da Pecchia, Chivu e Cuesta…
«Sono stati tre grandi allenatori, che si sono comportati molto bene con me: sono molto grato a loro tre. Al di là se un allenatore è bravo o no, io cerco sempre un uomo e una persona per bene: quello è fondamentale. E io non posso dire niente (di negativo, ndr) sia su Pecchia, sia su Chivu sia su Cuesta: sono state tre grandissime persone».

Differenze e similitudini?
«Sono allenatori diversi, ma non tanto. Tutti e tre ti fanno star bene. Penso che mister Pecchia sia un allenatore che ti fa star bene: tiene la squadra tranquilla. Chivu, invece, è uno che ha più personalità e, se deve andare al confronto con un giocatore, lo fa sempre nel modo giusto; è molto esigente, soprattuto in allenamento. Cuesta, secondo me, anche se è giovanissimo, ha una grandissima capacità di ascoltare e di cercare di migliorarsi tutti i giorni; ascolta cosa capita ai giocatori, cosa succede loro e sa gestire bene questi momenti».

In tutte e quattro le stagioni in cui sei stato qui, la colonia argentina ha sempre sempre rappresentato un’anima importante del gruppo. Avevi ereditato il ruolo di leader da Vazquez, Ansaldi e Chichizola: ora, tu a chi lasci il testimone?
«Non so se sono stato un leader o no: ho il mio atteggiamento e il mio carattere. Cerco di dare il mio contributo. Non lascio il testimone a nessuno: ognuno dovrà sentirsi questa responsabilità. In una squadra non ci sono solo i leader che aiutano il gruppo: ogni singola persona deve dare il suo contributo. È normale che c’è chi fa più cose e chi fa di meno perché è più tranquillo: ma ognuno mette il suo. Per me ognuno, alla sua maniera, con il proprio atteggiamento, deve cercare di dare qualcosina in più».

A proposito di argentini: Pellegrino, che ti ha definito «una persona meravigliosa», lo avevi aiutato tanto a inserirsi in questa realtà al momento del suo arrivo. Per lui sei stato un mentore.
«Mateo è un ragazzo molto intelligente. Quando è arrivato in Italia, mi sono rivisto in lui nell’anno che ero arrivato a La Spezia. Arrivi da un altro Paese, lontanissimo dalla tua famiglia, con una lingua che - sì, magari si capisce, ma - non è la stessa: non è facile. Per quello, ho cercato di farlo star bene, di dargli una mano, di aiutarlo a inserirsi. Si vedeva che erra un ragazzo buono, intelligente e che ci poteva dare una grandissima mano anche in campo. E lui l’ha dimostrato. Mateo lavora sempre al massimo: sicuramente lo attende una carriera importante. Se lo merita. E ha la qualità la personalità per far bene».

Da tifosi e compagni di squadra sei sempre stato acclamato e visto come un riferimento, dentro e fuori dal campo. Secondo te, perché sei riuscito a farti amare così tanto dalla gente?
«Io non so se sono stato amato o no. Dico sempre che siamo essere umani e, come in tutti i tipi di lavoro, c’è la giornata in cui tutto va bene e altre in cui tutto va storto. Ma alla fine quello che conta è dare il massimo, impegnarsi ed essere rispettoso: io penso di esserlo stato con i tifosi. E loro hanno apprezzato questo atteggiamento. Non so se amato o no, ma ho dato tutto. E faccio così per ogni squadra in cui gioco».

In questa città ti sei fermato più di quanto non ti fosse capitato altrove in passato. E qui, un anno fa, è nato anche tuo figlio Vitto: pensi che, un domani, potresti tornare a Parma con lui e tua moglie Candelaria?
«Sicuramente, c’è un amore particolare per Parma. Mio figlio è di Parma, e quello rimarrà sempre, sia per me sia per mia moglie. Noi abbiamo un figlio che è parmigiano. È così. Al di là di tutto l’apprezzamento che io posso avere per il club e per la città, devo aggiungere che mio figlio è di Parma. E sicuramente tornerò per fargli vedere la città dov’è nato, lo porterò al Tardini quando sarà più grande: così capirà di più perché Parma è un posto speciale per me».

Ci salutiamo con un arrivederci?
«Non so ancora come, ma sicuramente… ci rivediamo in Curva! Vorrò venire a vedere qualche partita».

piwik.php?idsite=2&rec=1&url=https%3A%2F%2Fsportparma.com%2Fparma