
Cuesta e il Parma: un amore durato 465 giorni
Sono venute a mancare le condizioni necessarie affinché si potesse proseguire […] e si è giunti a questa decisione condivisa. Ci hanno provato, Cuesta e il Parma, ad amarsi, ma alla fine si sono scoperti uomo sbagliato nel posto giusto (o uomo giusto nel posto sbagliato).
Eppure, fin da subito la strada scelta da Cuesta e dal Parma non fu quella del sentimentalismo, giacché bastava già l’azzardo di affidarsi a uno che non aveva mai allenato. Meglio essere prudenti. Nella conferenza di presentazione dell’ex collaboratore dell’Arsenal, tenutasi il 26 giugno 2025, il CEO Federico Cherubini introdusse la coraggiosa scelta con queste parole: «Il 50% degli allenatori dello scorso anno ora sono stati sollevati dall’incarico. In Italia la permanenza media di un allenatore supera di poco i 300 giorni e questo vuol dire affidare progetti pluriennali ai tecnici per poi interromperli dopo un anno. Ci siamo posti l’idea di come dare risposta a questo problema del sistema che porta gli allenatori a lavorare in contrapposizione anche con i propri club. Dovevamo cambiare qualcosa e recuperare l’idea dell’allenatore come figura centrale del progetto del club». Dopodiché, passò a enumerare le virtù per cui il giovane Cuesta era stato scelto: la sua internazionalità, la sua ambizione, la giovane età e la sua competenza. Stop. D’altronde, non se ne poteva sapere molto di più. A 458 giorni da allora (465 dal giorno dell’ufficializzazione dell’ingaggio), il Parma sta per annunciare l’8° allenatore degli ultimi 7 anni: il 4° nelle ultime due stagioni e un po’.
Da lì in poi, Cuesta è sempre stato descritto così, e così ha voluto farsi descrivere. Oltre a un gioco, tutt’altro che scalda cuori (il suo Parma non ha mai vinto una partita con due gol di scarto in campionato), anche in conferenza il maiorchino non ha mai lasciato trapelare emozioni che non fossero funzionali al lavoro: tanti ringraziamenti ai tifosi e allo spirito dei suoi sono stati infilati tra le parole «lavorare», «focus», «evoluzione». Eppure, nelle occasioni più informali, il Generale Inverno si è sciolto per dare un po’ di spazio anche a Carlos. Come quando, a novembre 2025, all’assegnazione del 33° premio Dante Boni, rivolgendosi ai colleghi dilettanti, raccontò della nascita della passione per il calcio, di quando la mamma gestiva il bar del campetto di Maiorca. Ma, si sa, i sentimenti non vendono. A differenza del Parma, che invece vende, eccome.
L’estate scorsa, Cuesta ereditò un Parma orfano di Bonny, Leoni e Sohm, tra gli altri; nell’ultimo calciomercato ha dovuto salutare Suzuki, Pellegrino e Circati (tutti e tre presenti in ritiro, a differenza dei loro sostituti). Non è un mistero, poi, che avesse chiesto la conferma in rosa di Strefezza, vero e proprio deus ex machina della salvezza, e poi finito al Palermo in B. Ciononostante, mentre alla squadra veniva rimproverata a più riprese una mancanza di spirito, gli si chiedeva di far giocare il meglio possibile un insieme di giovani speranze o scommesse rischiose - più o meno conosciute - negli ultimi giorni di agosto. Gli si è chiesto di valorizzare i giocatori, termine subdolo e mutuato dal linguaggio dell’economia.
Si venga al campo, dunque. Restringendo lo sguardo allo spettacolo offerto, lo spettatore non può che dirsi deluso. Più artetiano che guardioliano, il Parma di Cuesta ha spesso spiazzato per la proposta di gioco e la cronica sensazione che i giocatori in campo non avessero idee sul da farsi. Qual è stata l’identità, la forma che il mister voleva dare? Forse un’idea, Cuesta, l’aveva. Le velleità offensive delle prime amichevoli sono, però, andate ben presto a farsi benedire, in nome di un ben più efficace e granitico 5-3-2, esaltato e completato dall’arrivo del succitato Strefezza. Senza, in questa stagione, si è tornati alle prove di difesa a 4 e di calcio meno sparagnino. Di nuovo, gli scarsi risultati e il ritorno di un atteggiamento sbagliato hanno riportato in auge l’arte del difendere.
«Non è questione di atteggiamento, è questione di calcio» ha risposto Cuesta, piccato, in una delle ultime conferenze post-partita. L’aver immolato il talento (ammesso e non concesso che il talento ci sia, in questa rosa) sull’altare della solidità non gli è mai stato perdonato. Tuttavia, anche Maresca, altro al debutto in panchina, a Parma venne spernacchiato, ed esonerato, per aver messo Sohm terzino: adesso guarda tutti dall’alto in Premier League.
Sia chiaro: Cuesta non è stato un allenatore perfetto. Una lettura delle partite spesso difettosa, questa identità liquida e frammentata e, a onor del vero, il mancato sviluppo di nuovi talenti (unica, piacevole eccezione quella di Lontani) e un rapporto con lo spogliatoio e i suoi leader ormai logoro sono innegabili. Bisogna anche ammettere una scarsa evoluzione dello stesso Cuesta che, in più di un anno, non ha mai saputo rinnovare lo spartito: o difesa a oltranza o tentativo di un calcio di posizione, quasi impossibile da proporre con i giocatori a disposizione, tanto di più per un homo novus come lui (ma diceva Sacchi: «Non sapevo che per essere un bravo fantino si dovesse essere stati prima un buon cavallo» che, comunque, mica aveva cavalcato ronzini nella sua carriera).
I tedeschi indicano con la parola Sehnsucht, intraducibile in italiano, un anelito quasi impossibile da raggiungere, che ben descrive l’avventura cuestiana a Parma. Quel traguardo, quello spannung, era sembrato ormai raggiunto dopo la vittoria col Genoa - in cui Cuesta ha consegnato ai posteri il suo più grande capolavoro: far tornare al gol Almqvist. Gli occhi lucidi del mister sembravano finalmente aver sciolto ogni paura, ogni timore. Come per Dustin Hoffmann alla fine de Il laureato, però, la gioia dello sguardo è durata giusto un istante, per poi lasciare spazio ai timori del futuro: la felicità ha avuto la durata di una fuga in taxi, di una conferenza stampa.
Da fuori, bisogna fidarsi delle comunicazioni ufficiali e, attenendoci al patto narrativo, il Parma e Cuesta si sono separati in una soleggiata domenica pomeriggio di fine settembre, dopo un confronto in cui hanno preso atto che le ambizioni delle parti sul progetto sportivo sono diverse. Ci si può chiedere se sia vero o meno, ma poco importa: molto più interessante sarebbe sapere chi, dei due, sia meno ambizioso. In attesa di sciogliere i dubbi, si sa solo che Cuesta e il Parma volevano cambiare il futuro, ma il futuro ha cambiato loro. Buena suerte, Carlos.
