CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / HARAKIRI

(Gianni Barone) – Al primo soffio, al primo spiffero la “casa di carta” Crociata è crollata, sotto i colpi di un Toro, che forse non si aspettava un Parma così docile e remissivo sin dall’avvio, che ha poi saputo reagire bene col gol di Pellegrino su assist di Strefezza, i quali nella giornata più nera di centrocampo e difesa della loro squadra, in una delle rare azioni positive della gara (infausta e negativa, come non mai prima di ieri) avevano cercato di rimediare alla mollezza con cui era stato concesso il gol lampo di Simeone che, unito all’infortunio di Cremaschi, confermato nel ruolo di quinto di difesa per meriti acquisti a Firenze, ma out quasi subito, sembrava poter segnare il destino di una partita che nessuno si sarebbe mai aspettato sviluppata in maniera così non consona a quelle che sono state sempre reputate le potenzialità effettive dell’undici di Cuesta.

Invece, quando sembrava che la pezza del gol del pareggio fosse stata assestata bene e al meglio per una ripresa mentale utile o che potesse bastare a rimediare al black out iniziale culminato, con la papera di Suzuki, in avvio del secondo tempo una serie di patatrac, due autogol stravaganti (uno, addirittura, cancellato dalla Lega con l’attribuzione del gol al granata Ilkhan) hanno segnato le sorti dell’incontro in cui il Parma è clamorosamente mancato nello spirito di rivalsa, nella combattività e nella capacità di ribattere colpo su colpo.

Inutile fare la conta degli errori individuali e collettivi e condannarli quando, sia in fase di approccio alle due frazioni di gioco, che di atteggiamento per l’intero arco di gara, è mancato un po’ a tutta la squadra, quel fuoco ? dentro del carattere che dovrebbe ardere davanti alle difficoltà e che dovrebbe essere trasformato in forza, grinta e cattiveria da mettere in campo per reagire alle contrarietà.

Nella topologia (topos – luogo e logos – studio) dei luoghi comuni applicati al calcio, la critica e il giornalismo d’antan, avrebbe per prestazioni del genere fatto ricorso o coniato ex novo, espressioni del tipo: debacle, rovescio, Waterloo, Caporetto, sconfitta su tutti i fronti che non avrebbero certo permesso a nessuno di trovare giustificazioni ammissibili, eppure nel dopo gara, nelle frasi di commento a caldo, è affiorato persino il termine orgoglio da parte del tecnico che, al terzo ko con pesante passivo dopo quelli subiti con Dea e Juve, ha faticato parecchio sulla scivolosità degli specchi di una serata da dimenticare in fretta, ad arrampicarsi o a cercare con espressioni di emergenza a mitigare la pesantezza e l’ineluttabilità della sconfitta, a fronte di una prestazione generale da dimenticare.

Ma cosa è mancato allora ? Dire tutto sarebbe troppo semplicistico, però bisogna registrare, ancora una volta, che quando la squadra subisce gol a freddo o troppo presto, e deve variare il piano gara conservativo, fatto di difesa ad oltranza che non concede spazi e occasioni agli avversari, non riesce a trovare un piano B di scorta e alternativo che possa variare la strategia per convertirlo in un gioco d’attacco che gli è estraneo praticamente da sempre e sul quale non ci sono, al momento, segnali che lo stesso possa essere attuato o che riesca a progredire tout court. Neanche il vagheggiato gioco di “ripartenze corte” (il cui termine è stato coniato da Cuesta alla vigilia in sede di conferenza) efficace in altre occasione, basato su ri-aggressioni, e pressing alto, è venuto questa volta in soccorso per raddrizzare la gara, ma l’impressione è che sia mancata anche la volontà per ritrovare quello spirito di reazione emerso solo nel primo tempo, dopo il primo svantaggio maturato in condizioni davvero impensabili, visto che è stata concessa prima una penetrazione centrale a Vlasic, cosa abbastanza inusuale per una difesa come quella del Parma, e poi sul tiro tutt’altro che irresistibile di Simeone, nessuno avrebbe mai ipotizzato l’errore clamoroso e marchiano di Suzuki, schierato a sorpresa in maniera improvvida e nel momento che si è rivelato sicuramente intempestivo e sbagliato.

Quel pallone che inesorabilmente gli si è infilato in mezzo alla gambe, che speriamo non pesi sul morale suo e della squadra a lungo, ha dimostrato che nulla si improvvisa e che l’inattività prolungata e la desuetudine al campo e alle sue dinamiche possono giocare brutti scherzi e pesare più del dovuto nelle prestazioni di chi rientra affrettatamente, e non possono, in presenza di logiche mercantili future o futuribili, essere superate e cancellate con facilità e leggerezza eccessive nella loro accettazione.

Una sconfitta su più fronti mitigata solo da una classifica che ancora non può generare nessuna apprensione futura, però deve mettere in guardia un po’ tutti per le prossime partite da affrontare con maggiore consapevolezza dei pericoli e con adeguata coscienza di causa degli effetti che potrebbero essere procurati.

La sostituzione di Ordonez con Oristanio, schierato da mezzala sul 3-1, l’aver cambiato sistema solo alla fine sul 4-1 e non prima, e la rinuncia completa all’impiego Nicolussi Caviglya, in un centrocampo che non ha funzionato nell’unica partita in cui anche Keita ha lasciato a desiderare, oltre alla rinuncia immotivata a Corvi che non aveva mai deluso prima, restano enigmi che non trovano alcuna risoluzione e nessun tipo di comprensione per come possono essere stati concepiti.

Però, attenzione ai tre indizi che fanno una prova rappresentati dalle tre sconfitte subite nel girone di ritorno, tutte con quattro gol sul groppone, da parte di una squadra che di solito regge bene gli urti offensivi avversari, ma che si scioglie e subisce passivi pesanti quando gli altri segnano subito: di questo occorre fare tesoro, in quanto sembra proprio che il Parma riesca bene ad addormentare e addomesticare le partite senza slanci, senza emozioni, ma quando subentrano gli episodi, come due autogol e due errori del portiere, o quando si subiscono le ripartenze, lunghe o corte che siano, ecco che subentra quell’ansia che fa perdere un po’ la trebisonda a tutti, allenatore in primis, il quale smarrisce la certezze che un andamento lento dell’incontro gli procura di solito, ma quando, lo stesso, diventa più frenetico, quasi tellurico, lo pone nella condizione di non avere gli strumenti adeguati per fronteggiare gli eventi o per volgerli dalla propria parte. Maledetti episodi da evitare, verrebbe più che da dire, da insinuare…

Nel frattempo gongola D’Aversa che di episodi (e di ripartenze) insieme alla sua squadra si è nutrito per un colpaccio ai danni del Parma, bissando quello dello scorso torneo quando guidava l’Empoli, che forse neanche lui si sarebbe aspettato di queste proporzioni, grazie anche ad un harakiri senza attenuanti di un Parma non più imbattibile come successo nell’ultimo brillante mese in fatto di risultati. La legge dei grandi numeri (quella che prima o poi qualcosa deve mutare nelle serie e nelle continuità di risultati) unita a quella di Murphy (che quando le cose devono andare male, vanno male per davvero) inflitta agli altri prima e ora patita, non danno scampo a nessuno. Chissà perché? Nulla di inesorabile può essere abbattuto, quando si va a “cercare il freddo per il letto”, di direbbe dalle nostre parti, e ogni riferimento all’impiego intempestivo di Suzuki e non a quello di Nic