CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / L’INFLUENZA DEI DATI DI FATTO SULLE OPINIONI

(Gianni Barone) – Quando in una partita i dati di fatto scarseggiano, cioè non ci sono gol fatti o palle gol clamorose create, cosa che si ripete ahinoi, troppo spesso nel nostro bistrattato massimo torneo nazionale, ecco che abbondano le opinioni e i giudizi sui singoli, esercizio prediletto da gran parte della tifoseria che vorrebbe sempre disgiungere le prestazioni individuali da quelle collettive per trovare “eroi di giornata” da esaltare e colpevoli da condannare, ad ogni partita, giudizi ed opinioni che prendono piede dal solo dato di fatto inoppugnabile: il Dio risultato, adirato da alcuni e adorato dalla moltitudine e non solo dai seguaci di Allegri, individuati, alla nostre latitudini da quel Carlos Cuesta Garcia, che secondo i soloni del mainstream (novelli Bertoncelli sempre pronti a sparare cazzate, secondo l’avvelenatore per antonomasia della nostra canzone nichilista italiana. alias Francesco Guccini) doveva, con il suo non gioco per eccellenza, fare la valigie già da tempo e tornarsene a completare i suoi studi calcistici, altrove in ogni altro tipo di “Erasmus” possibile non in suolo italico.

Lui, invece, inchioda e sta inchiodando tutti ad unico dato di fatto inappellabile, che non nessuno può confutargli o contestargli senza scomodare la scontata massima del fine che giustificai mezzi o gli strumenti usati per raggiungere l’obiettivo prefissato. Nessuno può permettersi il lusso o l’agio di mettere in dubbio il suo lavoro che ha permesso al Parma (per molti ancora definito di qualità tecnica non eccelsa, ma tante altre sue antagoniste che tipo di qualità sopraffina hanno finora esibito? Chiedo…) di raggiungere risultati insperati alla vigilia giudicati non alla sua portata.

Quindi, l’unico dato di fatto di partite vinte o non perse, che sebbene nell’era dei tre punti, contano ancora non poco, sono l’unico metro di giudizio che condiziona le opinioni generali sulla squadra e quelle particolari sui singoli, e all’indomani di Firenze, tutti a plaudire, solo perché non si è perso coi viola, la prestazione di Cremaschi schierato in un ruolo per lui inedito, il quale senza infamia e senza lode, pur non entusiasmando nessuno per guizzi e lampi di gioco offensivo degno di nota, non commettendo errori grossolani, favorito anche dall’insipienza degli avversari che agivano sul suo versante, è riuscito a meritarsi l’unanime promozione sul campo per un grande esordio, da parte di chi, influenzato dal risultato positivo, non ha messo in dubbio che il suo impiego in chiave posizionale (cioè uscire dal ruolo per trovare una posizione, frutto di smarcamenti alla ricerca delle auspicate superiorità qualitative in avanti per rendersi insidiosi) sarebbe stato, per un giocatore delle sue qualità offensive messe in mostra in passato, oltreoceano, forse più congeniale e più funzionale (cit Majo) ad una manovra d’attacco ancora troppo sterile e prevedibile.

Ma i dati di fatto imperano anche nel giudizio sulla prestazione di Troilo che da brutto anatroccolo a Marassi (procurando un rigore nel finale che poteva risultare fatale), dopo il gol nel finale di gara a San Siro col Milan, si è trasformato in un bellissimo cigno che volteggiando, godendo di buona stampa e di ottimo credito nella tifoseria sempre facilmente impressionabile dai dati di fatto (leggi gol segnati ed affini), risulta sempre, ultimamente, tra i migliori, cosa che si è puntualmente ripetuta anche a Firenze.

Invece, la sostituzione di Bernabé, che se la squadra avesse perso sarebbe stato sicuramente rimpianto con forza e disdoro, non ha permesso a Nicolussi Caviglia, schierato al pari dello spagnolo, da mezzala in un ruolo per lui non del tutto congeniale, di affermarsi nell’opinione diffusa di chi non ha “afferreto” che un suo impiego in regia, come mediano centrale e non da interno di destra, sarebbe stato più proficuo e funzionale alla squadra che ha dimostrato nelle transizioni positive (quando, cioè, si riconquista il pallone) di non avere le idee molto chiare come dimostrato nei tre accenni di ripartenze andate a vuoto o vanificate con la Fiorentina, in cui chi si trovava in possesso della sfera dimostrava precipitazione, mancanza di controllo e lucidità per rifinire al meglio la l’azione propizia.

In poche parole, lo stesso Nicolussi ha finito di soffrire della stessa sindrome di “ingabbiamento nel ruolo” patita per tutto il campionato da Bernabé, che è consistita nell’incapacità di svolta del proprio gioco, alla ricerca della posizionalità utile a sé e alla squadra, che un po’ la stessa cosa vagheggiata, solo a parole dal tecnico in conferenza, e non sviluppata, nemmeno in fieri, sul campo a Firenze. I tre ingredienti del gioco offensivo che latita, individuato da Cuesta: palle inattive, gioco posizionale e ripartenze, sono per due terzi, cioè gli ultimi due (posizionale e contropiede) le armi migliori usate dal Como di Fabregas (giochista per eccellenza, secondo l’immaginario collettivo degli esteti ed estensori della tecnica da privilegiare, rispetto all’aspetto fisico atletico da non considerare), per affermarsi in questo torneo fino ad assurgere da rivelazione (simpatica) a seria candidata (che dà fastidio) a soffiare un posto in Champions del prossimo anno alle presunte corazzate Napoli, Roma e Juve.

Concettualmente, la fusione tra posizionale ed ex catenaccio (connubio italo-iberico) con l’aggiunta delle palle inattive, più cosmopolite, sviluppate in Premier da Arteta per esempio, ma patrimonio anche di altre e alte scuole di pensiero calcistico europeo, sembrano essere, dati di fatto inconfutabili alla mano, la nuova frontiera del calcio moderno, una volta accantonato il noioso tiki taka e la perigliosa costruzione dal basso (vivaddio, in definitiva via d’estinzione) stando sempre ai dati che secondo L’assioma di Adani (sottospecie delle famose Leggi di Murphy sulla sfiga) hanno come problema quello di essere troppe nella vita, forse non nel calcio, visto che ci voleva il giovane (vecchio per idee, secondo alcuni suoi detrattori) come Cuesta per identificarli e dichiararli come arma in mano ai tecnici, a livello di strategia (di cui solo in pochi parlano, noi fra questi) per riuscire a mettere in difficoltà gli avversari.

E, a tal proposito, sebbene il Parma, venga sempre, secondo i già tanto abusati dati di fatto, più accostato al gioco e alla cura della fase difensiva, dopo l’arrivo di Strefezza, che ancora non ha inciso al massimo a livello pratico di segnature ed assist, schierato non da ala (suo ruolo abituale e naturale secondo tutti), ma che impiegato tra linee con i suoi movimenti in diagonale ad incrocio e taglio, ha finito per contagiare alcuni suoi compagni, tra i quali i meno osannati Sorensen ed Elphege (semplicemente Nesta, per molti) che si sono impegnati nell’inseguire l’esempio del guizzante brasiliano ex Como e Olimpiacos, muovendosi a loro volta in corse di deviazione nella zona d’attacco.

Si proprio loro, i quali, per frutto di prevenzioni e pregiudizi immotivati, sono reputati i meno forti (e meno buoni secondo il sentiment comune) hanno dimostrato capacità ed applicazione che altri loro compagni più in vista, come Pellegrino, oltre ai già citati Nicolussi e Bernabé, non hanno saputo finora proporre, ricordandoci che il calcio attuale più di prima, vive di più componenti nel suo sviluppo di gioco, legati non solo alla tecnica (che secondo molti dovrebbe essere l’unico e più assoluto criterio di valutazione) o alla tattica e alla strategia (come asserito in precedenza), ma anche dalla componente fisico-atletica da non sottovalutare per niente, la quale, nel Parma, viene incarnata dal moto perpetuo di Sorensen, presente quasi sempre in entrambe le fasi, e dallo stesso Nesta, che per quanto poco impiegato, ha dimostrato di aver capacità di corsa (corre correttamente sugli avanpiedi e non sui talloni come Pellegrino che qualcuno nel nostro spazio commenti che , io al pari di altri, divoro, ha detto che sembra trattenuto da un elastico nel suo incedere non tanto veloce) – utile nelle