
Gilardino cerca il bel gioco, ma il Parma inciampa nei suoi soliti limiti
È passato poco meno di un mese, 27 giorni per la precisione, dalla separazione tra il Parma e Carlos Cuesta. Non sono state addotte motivazioni all’infuori di una divergenza di vedute tra il catalano e la dirigenza crociata, che per sostituirlo ha chiamato l’idolo Gilardino. Da allora, in 3 partite, sono arrivati zero punti, 8 gol subiti e solo uno (fortunoso) segnato.
Rispetto al copione visto contro il Torino, con un Parma allucinante nella prima mezz’ora, all’Olimpico contro la Lazio è cambiata la trama, ma non il finale. In un primo tempo che ha impensierito la prima della classe, i biancocelesti sono stati salvati da Mandas, i crociati dalla traversa e dall’arbitro (Troilo su Frattesi era rigore). Al rientro dagli spogliatoi, il gol subito a freddo da Taylor (sinora a secco in campionato) ha fatto da preludio a una ripresa da incubo, che ha spazzato via le flebili speranze che andavano accendendosi dopo i migliori 45′ giocati fino a oggi dal Parma di Gilardino. Preceduto dalla gloria meritatamente conquistata con addosso la maglia crociata, la sua aura gli ha concesso almeno il beneficio del dubbio quando, al suo annuncio, la piazza ha storto il naso dopo l’addio - con vittoria - a Cuesta.
Per quanto sia vero che gli vada concesso tempo, bene inestimabile e sempre carente, in campo non solo non si è ancora vista nemmeno una scintilla ma, purtroppo, una proterva e sfrontata ricerca del bel gioco ha riportato a una gran confusione: si veda, ancora una volta, come la difesa collassi in occasione dell’1-0, peraltro a seguito dell’ennesima e mortifera ripartenza concessa, cosa insopportabile e suicida, per una squadra che sa di dover subire il meno possibile per potersi salvare.
Il 2-0 non esula da questo contesto: messo in difficoltà da un passaggio di difficile gestione - e grammaticalmente sbagliato - Corvi dà ulteriore conferma dell’imbarazzo nel trattare certi palloni sotto pressione, avviando l’azione dell’autogol di Diego Carlos, a cui mancava solo di segnare nella sua porta per completare un inizio in gialloblù semplicemente orrorifico.
L’ostinarsi con una masochista costruzione dal basso a dispetto delle evidenti incapacità per farla, il tentativo di pressing alto e aggressivo con riferimenti sull’uomo esitati in distanze enormi, tra reparti e giocatori, e rincorse a perdifiato sono il simbolo di una velleità, ormai presuntuosa, di grandeur. Capitan Delprato aveva richiamato alla compattezza e alla forza del gruppo, vero punto identitario del Parma 12° lo scorso anno, Keita gli ha fatto eco dopo la Lazio. Eppure, Gilardino è tra i meno responsabili e rischia di finire incastrato negli ingranaggi di un accrocchio (mal)architettato da altri. L’ambizione di chi ha vinto, fra le altre coppe, anche una Champions League e un Mondiale è assolutamente comprensibile, a maggior ragione dopo così poco tempo passato con una squadra e si sa che la luna di miele è il periodo in cui, più di tutti, è lecito sognare in grande dopo il matrimonio.
Poi, però, viene la realtà. Questa, il conto, lo aveva presentato già da tempo e di certo ben prima dell’arrivo del Gila. Nemmeno Guardiola potrebbe trasformare Sierro, ieri titolare e prontamente sostituito all’intervallo, in Rodri. Dietro, sì, si tribola, ma di fatto il Parma ha gli uomini contati: appurato che a 4 non si possa giocare, l’esperimento con Delprato braccetto è ben presto naufragato per promuovere l’ingresso tra i titolari di Drobnič. Alle sue spalle, il vuoto, vista l’esclusione per motivi non meglio specificati di Valenti, quasi trentenne in scadenza, e di Ndiaye, viene da credere per motivi tecnici vista l’assenza di fiducia dell’ennesimo allenatore.
Si potrebbe dire anche dell’esterno di destra, o dell’attacco meno prolifico d’Europa, per poi rimpiangere tutti quegli ex che ora stanno facendo bene (anche in A, come Hainaut), ma non farebbe che aumentare l’amarezza. In tutto questo, Gilardino non c’entra. Sia chiaro, non è obbligatorio vedere un Parma dominante o nelle zone alte della classifica, ma d’altro canto è evidente che non siamo nemmeno di fronte al Risorgimento crociato. Vero che di tempo ce n’è sempre, ma la classifica non aspetta.
