
Cuesta vs Allegri: non tutti i cortomusi sono uguali
Il match di domenica a San Siro tra Milan e Parma metterà di fronte due squadre dai valori tecnici profondamente distanti. Tuttavia, le filosofie che i due tecnici hanno proposto sin qui non sono così lontani.
Massimiliano Allegri, tecnico del Diavolo, è probabilmente uno dei più iconoclasti allenatori dell?epoca guardiolista. Da buon livornese, il conte Max ha sempre confessato che, per lui, il senso del calcio va ritrovato negli aspetti più primordiali: i gesti tecnici, l?uso del corpo e la comprensione del gioco. La sua storia da allenatore - per cui parlano i 6 scudetti vinti e la media di 2 punti tondi conquistati a partita (secondo solo a Conte) - restituisce il profilo di chi è molto attento a impostare una fase difensiva di squadra posizionale e quanto più impermeabile per poi affidare le fortune offensive alla fantasia dei migliori, levando orpelli e arzigogoli. Fonte inesauribile di citazioni memorabili, quella sul famigerato «corto muso» è stata talmente geniale e tanto sfruttata da essere ormai entrata nel gergo pallonaro di tutti i giorni.
Dall?altra parte, ci sarà Carlos Cuesta, spagnolo per nascita e studi, ma italiano e inglese per formazione. Un crogiuolo di culture calcistiche che aveva indotto (o illuso) a crederlo un anti-Allegri, un Fabregas bis, un allenatore che vedesse il risultato come funzione di un gioco barocco - ossia che la relazione «gioco, quindi risultato» andasse solo in questa direzione. Ci sbagliavamo. Ogni velleità, sua e nostra, di giocoleria ha ben presto ceduto il passo alla spietatezza della realtà. Di certo è una forzatura ma, in quel malvagio tribunale che sono i social, Cuesta (alias il generale Inverno) è già stato designato come erede spirituale di Allegri, padre putativo del cortomusismo. Ma il processo che ha portato i due a un senso del calcio comune è ben diverso, come insegna la loro storia.
Ciò che più di tutto lega il Parma di Cuesta e il Milan di Allegri sono le vittorie con un solo gol di scarto: i rossoneri sono quelli dalla più alta percentuale di vittorie di misura nella parte sinistra della classifica (9 su 15, il 60%), il Parma è addirittura la migliore del campionato, col 100% (7 su 7). Dunque la domanda fatidica: cortomusismo per scelta o necessità? C?è un dato che potrebbe fornire la risposta: il Milan è la squadra che ha recuperato più punti da una situazione di svantaggio (14, perdendo una volta sola), il Parma non è la peggiore ma è ben distante (6 punti recuperati, ma ha perso 10 partite delle 14 in cui è andata sotto).
Allora, per dirla à la Cuesta (ma tutto sommato anche à la Allegri), è una questione di contesto. Secondo Bronfenbrenner, ogni contesto è a sua volta immerso in una stratificazione di altri contesti, come delle matrioske. Bene, nella sua matrioska Cuesta ha trovato Sørensen, Keita e Bernabé. Bravi, per carità! Ma di certo non sono Modrić, Ricci e Rabiot. Probabilmente questo spiega perché, per il Parma, prima di tutto sia meglio non prenderle.
Un ultimo appunto. Sarebbe sbagliato far passare l?arte del saper (e voler) difendere come difettosa o declassante: in primis perché comunque la difesa cuestiana svela una qual certa mano - che fonde, qui sì, la ri-aggressione spagnola con i ripiegamenti e le coperture italiane - e perché si cadrebbe nel vizio del gusto personale. Per quanto sopra, se di Allegri possiamo dire che s?inserisce in quel solco tracciato per primo dal Paròn Nereo Rocco (che col catenaccio ci vinse 2 Scudetti e 2 Coppe Campioni), Cuesta invece sembra più darwiniano: ha dato, anzitutto, grande prova di sapersi adattare – virtù mica da poco! Chissà come poi saprà evolversi? Per ora, al Parma va bene il Cuesta cortomusista.
